5 miti sulla SEO che ogni blogger dovrebbe ignorare

5 miti sulla SEO che ogni blogger dovrebbe ignorare

La SEO spaventa e confonde parecchi blogger. Ed è Google a rendere il “gioco” ancora più complicato. Il motore di ricerca più utilizzato al mondo continua ad aggiornarsi e a cambiare. Questo mutamento trasforma la SEO in una sfida costante. Come se non bastasse, gli articoli che trattano di posizionamento sui motori di ricerca sono – spesso e volentieri – carenti di informazioni e raffazzonati. O, peggio ancora, colmi di parole e consigli preziosi… Peccato che siano tutti sbagliati.

Ora, io non ho la conoscenza assoluta. Nessuno può averla. Questo, però, non mi vieta di scrivere un articolo che parla di leggende SEO. No, non intendo personaggi leggendari da seguire e idolatrare. Piuttosto, di miti da sfatare.

In questo modo, il tuo approccio alla SEO può cambiare leggermente. Potresti, addirittura, convincerti che dietro questo acronimo, oltre algoritmi e tecnicismi vari, ci sia proprio il mondo adatto a te.

#1 Devi essere grande per attrarre traffico organico

Partiamo da una verità (più o meno) assoluta: è vero che i siti che hanno un traffico maggiore hanno un ranking più alto nella classifica virtuale di Google. Questo può scoraggiare i piccoli brand e i blogger alle prime armi. Ma non deve scoraggiare te. Puoi ambire anche tu a una fetta di torta e. fuor di metafora, piazzare i tuoi contenuti nella SERP di Google.

I nostri clienti, ad esempio, non sono delle grandissime realtà. Noi aiutiamo le piccole e medie imprese ad acquisire la giusta visibilità online. E posso assicurarti che riescono a raggiungere numeri abbastanza interessanti in termini di traffico organico. Questo perché hanno capito come giocare le carte a loro disposizione.

Ora, la domanda che stai per farmi è abbastanza intuibile:

Giovanni, come posso aumentare il traffico proveniente da Google?

Principalmente, ci sono due cose che dovresti fare subito:

  1. puntare su parole chiave più specifiche (la cosidetta long tail o coda lunga), invece di tentare – invano – di attaccare keyword secche ad alta concorrenza
  2. cercare su Google la keyword per cui vorresti posizionarti, ed esaminare, S-C-R-U-P-O-L-O-S-A-M-E-N-T-E i contenuti che occupano le prime posizioni. Questo può aiutarti a comprendere se puoi (e come, eventualmente) scalzare i tuoi diretti “avversari”. Insomma, prima di creare un contenuto devi scegliere bene la tua battaglia.

#2 La SEO è troppo complicata, Google cambia sempre le regole

il fuoco in continuo mutamento

cambiamento

Ok. È vero. A Google piace cambiare. E gli piace farlo innumerevoli volte l’anno. E in grande. Penguin, Panda, Hummingbird, il recente passaggio a https, l’assalto al mobile friendly dello scorso anno, e l’esilio (si spera) dei popup invasivi, sono alcuni esempi di come Big. G evolve i suoi algoritmi.

Tutto questo può spaventarti. Puoi indurti a credere che la SEO sia, davvero, troppo complessa.

Ok, toglietelo dalla mente. O meglio, lungi da me dirti che la SEO sia roba semplice. Padroneggiarla è un’arte. Serve tempo, dedizione e formazione.

Eppure, se giochi secondo le regole non devi preoccuparti di tutti questi tecnicismi. Ogni volta che Google apporta una modifica sono le persone che giocano sporco a soffrire – magari non subito, ma ti assicuro che soffriranno. E come se soffriranno.

Se vuoi evitare di finire nel dimenticatoio di Google, evita queste pratiche come la peste:

  • acquisire troppi link da siti spam
  • ripetere fino allo sfinimento (tuo e del lettore) la parola chiave
  • produrre contenuti che non meritano il tempo di nessuno

Se, invece, tieni fede a queste 3 semplice regole, puoi ambire a raggiungere ottimi risultati nelle pagine di ricerca (o SERP):

  • utilizzare la parola chiave in modo naturale
  • produrre il miglior pezzo possibile sull’argomento da te scelto
  • ottenere link in ingresso da blog o siti web vicini alla tua nicchia

Per approfondire → Il tuo sito è ottimizzato per i motori di ricerca?

#3 Le Keyword non sono più rilevanti

Il peso delle keyword nella seo

Qualche anno fa era possibile spammare senza ritegno le parole chiave all’interno di un testo. Questo assicurava (più o meno) una corretta indicizzazione del contenuto da parte di Google.

Oggi, le cose sono cambiate. Anzi, ripetere troppo la keyword può essere penalizzante.

Ora, siediti e reggiti bene sulla sedia. Molte persone, a causa di questo cambio di rotta da parte di Google, affermano che:

Le keyword non contano nulla

La verità, però, è sempre più complicata di una banale citazione.

I motori di ricerca (Google in primis) necessitano ancora di un piccolo aiuto per categorizzare correttamente i contenuti che, ogni giorno, gli vengono dati in pasto. Questo aiuto è rappresentato dalle parole chiave, o keyword che dir si voglia.

Quindi, invece di cospargere il tuo contenuto con parole chiave spammate a caso, puoi (e devi) inserirle in alcuni punti specifici del tuo testo.

Vuoi sapere quali sono questi punti?

  • L’url – meglio noto come indirizzo web
  • Il titolo del post (title SEO)
  • L’header (h1)
  • Il primo paragrafo (o le prime 100 parole)
  • Il contenuto (con tutte le possibili variazioni)

Questo è tutto ciò che serve per ottimizzare correttamente il tuo contenuto e indicizzarlo per una determinata parola chiave (o query di ricerca).

#4 Il Guest Blogging è morto

guestblogging

È strano come Google ci dice sempre di smettere di fare ciò che funziona. E il guest blogging non fa eccezione. Nel 2014, Matt Cutts ha spaventato tutti affermando che il guest blogging era morto.

La notizia ha bloccato tantissimi blogger, con conseguente calo del guest blogging.

Questo, però, non deve fermare te.

Anche perché Matt voleva scoraggiare un modo di fare guest blogging sbagliato. Se scrivi un post utile e rilevante per un collega blogger, nella tua nicchia di riferimento, Google non può che apprezzare.

Questo è tutto.

Prendi questa intervista sul blog di Francesco Ambrosino come esempio. Ho risposto alle sue domande, senza nascondermi. Come farei con qualsiasi contenuto sul mio blog.

Ora, vuoi sapere qual è la grande notizia? Molti top blog sono alla ricerca di guest post, ed è un ottimo modo per fare SEO.

Inoltre, puoi ottenere un link al tuo sito web, l’esposizione a un nuovo pubblico e la possibilità di fare rete con persone nuove.

#5 Google troverà automagicamente ogni mio post

Google ha creato Search Console per aiutarci a monitorare i nostri siti web, da una prospettiva di ricerca.

Ci sono tantissimi vantaggi a impostare questa funzione. Uno dei più grandi informa Google di ogni pagina (o post) che hai aggiunto al tuo sito web. Comprese quelle nuove di zecca.

Ci sono alcuni passaggi da rispettare, ma le basi sono queste:

  • iscriviti a Search Console (con un account Gmail)
  • collega il tuo sito web, e verificane la proprietà (con l’aggiunta di un codice speciale)
  • aggiungi una sitemap XML (puoi utilizzare Yoast SEO su WordPress)

D’ora in avanti, ogni volta che aggiungerai un articolo (o una pagina) al tuo blog, puoi informare Google dell’avvenuta modifica, utilizzando una funzione di Search Console molto utile: visualizza come Google.

search console strumento

Questa semplice operazione, oltre notificare a Google la pubblicazione di una nuova pagina, ne accelera l’indicizzazione.

Search Console mette a disposizione un arsenale di funzioni. Ma questo, almeno per il momento, è quello che interessa a te… O continui a pensare che Google abbia una bacchetta magica per trovare i contenuti?

Ignora i miti e prospera con la SEO

Come vedi, basta attuare delle semplici procedure per incrementare il traffico proveniente da Google. Ti consiglio, comunque, di studiare da fonti autorevoli, e di non prendere per oro colato tutto quello che leggi in rete. E ricordare, sempre, la regola d’oro per avere visibilità online: curare i tuoi contenuti come se fossero tuoi figli. Questo è quello che vuole Google, ed è quello che difficilmente cambierà. Nonostante gli algoritmi. Per ulteriori chiarimenti, ti aspetto nei commenti.

Hreflang e rel alternate: espandi il tuo sito web in un’altra lingua

Hreflang e rel alternate: espandi il tuo sito web in un’altra lingua

Conosci gli attributi rel=”alternate” e hreflang? Se la tua azienda ha un mercato estero, hai la necessità di avere una versione inglese del sito web. E come minimo dovresti occuparti di questioni che hanno a che fare con la SEO Internazionale. In questo articolo ti spiegherò come indicare a Google che il tuo sito ha una, o più versioni in lingue diverse, e come implementare l’attributo hreflang su un ecommerce basato su Prestashop.

Come indicare a Google che esistono versioni in più lingue di uno stesso sito?

sito web multilingue Se la traduzione del tuo sito, in inglese, o in altra lingua, non viene segnalata come tale, sia che tu stia utilizzando una strategia di sottodomini, sottodirectory o, addirittura, domini diversi, devi sapere che corri il rischio che il sito non verrà indicizzato correttamente nelle varie lingue, o peggio ancora creerai contenuti duplicati.

In altre parole, il tuo sito web ha bisogno di una corretta gestione delle sue pagine, e della loro traduzione. La soluzione per indicare a Google, e agli altri motori di ricerca, che il tuo sito ha un’espansione in una nuova lingua è adottare gli attributi rel=”alternate” hreflang=”x”che dovrai inserire su ciascuna pagina html del tuo sito. Si tratta di tag html che ha una sintassi estremamente semplice. Esso implica che una determinata pagina web abbia una versione alternativa, in un’altra lingua.

rel=”alternate” hreflang=”x”: cosa sono e quando usarli

link rel hreflang

Gli attributi rel=”alternate” hreflang=”x” sono  utilizzati da Google per mostrare all’utente la versione corretta di un sito multilingua. Per corretta, intendo nella lingua parlata nel luogo da cui mi collego, che in genere corrisponde a quella in cui  è impostato il browser del computer.

In altre parole, questo espediente farà in modo che, se cerco un determinato sito web da Londra, Google comprenderà che mi trovo in Inghilterra e, se ho impostato il browser in inglese, la versione che mi sarà mostrata di un sito multilingue, sarà quella in lingua inglese, e non quella in italiano, o russo. Questo automatismo consente al motore di ricerca di migliorare non poco l’esperienza utente, che si troverà ad avere a che fare con pagine a lui perfettamente comprensibili.

Il tuo sito web necessita di questi attributi?

3 casi che possono richiedere di implementare rel=”alternate” hreflang=”x”sono i seguenti:

  • I tuoi contenuti principali sono in una sola lingua, ma traduci, ad esempio, la barra di navigazione e il piè di pagina. Questo genere di soluzione viene comunemente adottata per le pagine con contenuti generati dagli utenti, come i forum.
  • I tuoi contenuti presentano piccole varianti locali, ma le pagine hanno contenuti simili in un’unica lingua. Ad esempio, potresti avere bisogno di contenuti in inglese destinati a utenti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Irlanda, con specifiche varianti.
  • I contenuti del tuo sito sono completamente tradotti. Ad esempio, per ogni pagina hai le versioni in italiano e in inglese.

Quest’ultimo caso è quello più comune. La medesima situazione in cui io stessa mi sono trovata. Nel mio caso, il sito web di un cliente ha la doppia lingua: https://malinishop.com per la versione inglese, e https://malinishop.com/it/ per l’italiano. Si tratta di un sito in Prestashop, su cui l’obiettivo è implementare l’attributo, in modo da segnalare correttamente a Google che il sito ha una traduzione in inglese americano.

Link rel=”alternate” hreflang=”x”: come è possibile implementarlo

Se hai un sito web multilingue devi essere sicuro che in SERP venga mostrata la url locale corretta per ciascuna pagina. Mi pare chiaro. Come farlo? Eccoti, a seguire, 3 soluzioni possibili suggerite da Google, per implementare l’attributo hreflang in maniera corretta.

  • Inserisci gli attributi rel=”alternate” hreflang=”x” nell’intestazione di ogni pagina. Nella sezione del codice HTML di https://www.miosito.com/, inserisci il link alla pagina corrispondente in italiano così:
  • Intestazione HTTP. Se pubblichi un file in formato diverso da HTML (ad esempio PDF), puoi utilizzare un’intestazione HTTP per indicare una versione in lingua diversa di un URL. Link: <http://es.example.com/>; rel="alternate"; hreflang="es" Per specificare diversi valori hreflang in un’intestazione HTTP Link, separa i valori con la virgola, in questo modo: Link: <http://es.example.com/>; rel=”alternate”; hreflang=”es”,<http://de.example.com/>; rel=”alternate”; hreflang=”de”
  • Sitemap. Anziché utilizzare il markup, puoi inviare le informazioni sulla versione in lingua in una Sitemap.

Sarà importante segnalare l’indirizzo della traduzione, per ciascuna lingua, in ogni pagina del sito web Suggerimento → se hai ancora qualche dubbio ti consiglio di leggere, tra qualche paragrafo, l’intervista a Matteo Bononi

Hreflang nell’intestazione di ogni pagina indica tutte le pagine alternative, in ogni lingua

Quindi, ricapitolando, su tutte le pagine del mio ecommerce dovrei avere una cosa del genere: Nell’esempio qui sotto, nella pagina https://malinishop.com/it/borse-indiane/73-borsa-patchwork-indiana-nina.html, dovrò inserire questi tag, in cui si fa riferimento al fatto che la pagina sia presente in lingua italiana e in lingua inglese, e il relativo indirizzo web. In questo modo il motore di ricerca non scambierà le due versioni del sito.

Affinché ciò accada ricorda che l’attributo deve essere presente in ogni pagina del tuo sito web, e deve essere indicato tante volte, quante sono le lingue in cui una pagina è tradotta.

[ESEMPIO]

Per intenderci: se la pagina sopra riportata fosse in italiano, inglese, rumeno e francese, nella parte alta della pagina, denominata…dovrei inserire: it/borse-indiane/73-borsa-patchwork-indiana-nina.html”/> en/indian-bags/73-indian-patchwork-bag.html”/> ro/borse-indiane/73-borsa-patchwork-indiana-nina.html”/> fr/indian-bags/73-indian-patchwork-bag.html”/>

Suggerimento → Per completare il valore dell’attributo hreflang occorre conoscere i codici internazionali per lingua e luogo, corrispondenti a ciascuna url del sito multilingua. Questo markup serve per visualizzare la lingua o l’URL locale corretti nei risultati di ricerca.

Come gestire l’implementazione dell’hreflang su Prestashop?

Bene, a questo punto, io che non sono un programmatore, e che mi guardo bene dal metter mani all’HTML, se non per interposta persona (un grazie ufficiale a Gioacchino Nigrelli che ci pensa per me), mi trovo di fronte ad un muro. L’implementazione dell’attributo rel=”alternate” hreflang=”x” su Prestashop.

Inizialmente l’idea era scrivere a mano tutti i tag, facendo una scansione del sito web con ScreamingFrog, in modo da identificare tutte le pagine html, in italiano, ed in inglese. Di conseguenza procedo. Scansiono, esporto i dati in un file excel e divido le pagine in italiano, da quelle in inglese. E rimango a fissare il monitor.

Come farò a trovare le corrispondenze tra le pagine in italiano e quelle in inglese per scrivere tutti i tag e consegnarli a Gioacchino? Molto bene. Devo trovare una soluzione alternativa.

Quanto costa implementare l’hreflang?

Ok, giuro, mi stava venendo un bel mal di testa. Quindi inizio a interrogare Google, in cerca di una soluzione che facesse al caso mio. La mia query (domanda) è “plugin prestashop hreflang“. Quello che Google mi restituisce è questo:

serp hreflang Google

Questi sono i primi risultati. Com’è facile intuire il primo link su cui mi soffermo è il forum del sito di prestashop.com che mi suggerisce, nella sezione addons, una serie di soluzioni di cui discutono gli utenti. Spulcio un po’ e torno in SERP. (Solo dopo mi sarei accorta che tra quei post, più di una volta, l’amministratore della discussione fa riferimento al sito di un certo Matteo Bononi.)

Secondo link: si tratta sempre di una pagina del sito di Prestashop, ma stavolta mi trovo davanti una landing page, che mi propone di acquistare il Modulo Hreflang and Canonical tags, al costo di soli 59,99 € iva esclusa. Con iva l’investimento ammonta a ben 73,19 €. Una cifra sufficiente a mandarmi di nuovo in SERP a continuare la mia ricerca.

Al terzo posto trovo un title in inglese che mi dice che a quel link posso scaricare un plugin per prestashop creato da Matteo Bononi. Mai sentito prima. Curiosa come una scimmia, mi avvento su Facebook e contatto Matteo chiedendo giusto qualche informazione. Matteo mi risponde subito e gentilmente.

Decido, per tanto, di acquistare il suo plugin ad un costo irrisorio. Infatti, spulciando tra i moduli disponibili per Prestashop, in cerca di un’alternativa valida e più economica di Hreflang and Canonical tags, mi sono resa conto che esistono plugin che gestiscono l’attributo hreflang a partire da 29,99 € iva esclusa.

Gestisci l’hreflang su PrestaShop al giusto prezzo

Matteo Bononi hreflang

Sai qual è il costo a cui puoi ottenere questo risultato sul sito di Matteo? Soli 10,00 €. Incredibile. E lo dico a fronte del fatto che proprio oggi ho fatto il download, e la donazione (strameritata) a Matteo, avendo un’esperienza utente praticamente perfetta.

  • Scarichi il file in formato .zip
  • Vai nella sezione moduli di Prestashop
  • Aggiungi il nuovo modulo
  • Fai un semplicissimo click su ISTALLA
  • FUNZIONA!

Intervista a Matteo Bononi, web developer

Matteo Bononi

Matteo Bononi

Ecco, approfitto di questo articolo per fare qualche domanda a Matteo:

#1 Ciao Matteo, benvenuto su madd.it, chi sei, e di cosa ti occupi?

Ciao! Grazie per l’accoglienza! Mi chiamo Matteo Bononi (ma questo era chiaro), sono uno sviluppatore, appassionato anche di grafica e molte altre discipline informatiche e mi occupo principalmente di programmazione (sia front che back end), UX design, SEO e meno spesso (purtroppo) di grafica ed editing video. (mi trovate su www.matteobononi.it).

#2 Se non avessi trovato il tuo meraviglioso plugin, come avrei dovuto procedere?

Prestashop, in particolare, non ha nessuna gestione dei link hreflang nativamente nonostante abbia la possibilità di creare ecommerce in più lingue.
I negozi online sono la tipologia di sito più sofferente della mancanza di hreflang a causa del fatto che le pagine in lingua di un prodotto avranno molti elementi identici fra loro. Questo produce una grande quantità di “contenuti duplicati”,  dobbiamo quindi trovare un modo per spiegare a Google che le pagine tradotte nelle varie lingue sono appunto tali. Farlo manualmente sarebbe un incubo, perché i link cambiano di pagina in pagina.
Rimangono perciò due possibilità:
  • configurare il server perché restituisca degli header che definiscono la lingua della pagina, ma sarebbe davvero complesso sia da configurare da che mantenere (è appunto il server che gestirebbe questo comportamento e ottenerlo su i normali servizi di hosting senza avere un server dedicato è quantomeno difficile),
  • oppure usare la Sitemap per mappare le versioni in lingua di una pagina. Il metodo è abbastanza semplice, la sitemap non è altro che un file xml che elenca tutte le pagine del sito. Google non solo naviga nel sito seguendo i link, ma si basa anche sui dati che trova nella sitemap per comprendere la struttura del sito e mappare delle pagine.

#3 Come posso inserire i tag hreflang sulla sitemap?

Questo è un normale elemento di una generica sitemap, dove si indica a google la “presenza” di alcune pagine:

piuttosto semplice, senza nessun dato aggiuntivo, segnaliamo solo la presenza di una pagina. Il nostro sito però è multilingue, avrà perciò una struttura simile alla seguente:

Prendiamo ad esempio un prodotto, che, nelle varie lingue, avrà i seguenti link:

Nella sitemap dovremo indicare, per ogni pagina, le pagine “collegate” e la lingua che utilizzano usando l’attributo rel=”hreflang”, ecco come apparirebbe l’elemento che descrive la pagina in italiano:

 http://www.esempio.com/en/awesome_product1.html” />
 http://www.esempio.com/fr/produit_fantastique1.html” />
Questo, lo dovremmo replicare anche per le altre due pagine (quella in inglese e quella in francese), in modo che ogni versione in lingua abbia i link hreflang a tutte le altre.

#4 Inseriti i tag hreflang sulla sitemap, quali sono vantaggi, e svantaggi?

Il vantaggio di usare la sitemap è sicuramente quello di non dover mettere mano in nessun modo al sito, la sitemap, per siti semplici o con poche lingue, si può modificare anche a mano, basta un po’ di pazienza e precisione.

Gli svantaggi sono legati alla manutenzione, che è decisamente poco pratica: per ogni prodotto aggiunto, dovresti infatti riprendere in mano il file ed aggiungere tutti i link di quel prodotto. Un’altro svantaggio è dato dal tempo che impiega Google ad usare i dati della sitemap. Il motore di ricerca, infatti, indicizzerà prima la sitemap, e solo successivamente andrà a visitare i vari link presenti.

Perciò Google impiegherà un po’ più di tempo per indicizzare in modo corretto il sito, inoltre eventuali errori nella sitemap saranno risolti un po’ più in ritardo rispetto all’implementazione dei link hreflang nella sezionedel sito.

 #3 Potresti spiegarmi il modo in cui lavora il modulo HREFLANG?

Certo. Il plugin

HREFLANG lavora in maniera piuttosto semplice. Viene richiamato in tutte le pagine del sito, e quando una pagina viene richiesta, la prima cosa che fa è “chiedere” a Prestashop quali siano i link di quella pagina nelle varie lingue. In questo modo non deve “ricostruire” i link, ma è Prestashop che glieli segnala, tenendoli sempre aggiornati.

Se, quindi, dovessi cambiare l’url di un prodotto in una determinata lingua, una volta ottenuti i link, HREFLANG li inserisce nella pagina richiesta, nel formato adatto, nella sezione. Come dicevo la logica del plugin è davvero semplice, Prestashop però non aiuta, ogni tipologia di pagina ha un modo diverso per chiedere i link in lingua, il vero lavoro del plugin è quello di stabilire in che tipo di pagina si trova (dettaglio prodotto, lista categoria, pagina cms, etc) e chiedere “nel modo giusto” a Prestashop i link.

Ringrazio ancora Matteo per il suo contributo sul blog di madd.it. Sono convinta che oggi hai imparato qualcosa di nuovo sugli attributi rel=”alternate” e hreflang:”x”. Io, di sicuro, dopo questa bella chiacchierata, non ho davvero alcun dubbio. Tuttavia, se qualcosa non fosse chiaro ti prego di farmelo sapere nei commenti. Si può sempre arricchire l’articolo e migliorare, anche con il tuo contributo, quanto scritto sopra.

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SEO per principianti: una spiegazione semplice

SEO per principianti: una spiegazione semplice

Search Engine Optimization. Per molti, questo tris di parole rappresenta un vero tabù. Eppure, chi si occupa di web – che sia un blogger o il proprietario di un eCommerce – sa benissimo quanto sia importante dare visibilità ai propri contenuti. Conosce l’impatto che può avere la SEO sui risultati mostrati dal motore di ricerca (Google per la stragrande maggioranza dei casi). E lo sai anche tu che stai leggendo queste righe.

Ma gli aspetti tecnici ti spaventano: redirect, link building, robots.txt, sitemap.xml, ecc. Sono parole che (forse) conosci; parole con cui, quotidianamente, ti scontri e confronti… E continui a capirci poco o niente.

Ecco, questo articolo vuole essere un assaggio di SEO. Una piccola guida per “principianti”, che mira a spiegarti – nella maniera più semplice possibile – cos’è la SEO, cosa Google si aspetta da noi e, soprattutto, cosa significa NON fare SEO.

Cos’è la SEO?

tastiera di un computer

La SEO è una tecnica che si concentra sulla crescita di un sito web sui risultati del motore di ricerca. In altre parole, si tratta di un metodo di scrittura e di costruzione di pagine web che permette loro di intercettare le domande degli utenti, invece di attrarre traffico attraverso annunci a pagamento. E non è un modo per imbrogliare o ingannare il sistema. È, semplicemente, il modo migliore per creare le pagine e per offrire una grande esperienza utente, sia ai lettori sia ai motori di ricerca.

Scrivere grandi contenuti con informazioni pertinenti offre agli utenti quello che vogliono. Ed è anche quello che vuole Google, e che comprende meglio. Più l’informazione contenuta nelle pagine del tuo sito web sarà chiara e concisa, maggiori saranno le possibilità che Google le trovi e che, quindi, ti premi, restituendoti maggiore visibilità in SERP – che poi sarebbero le pagine di ricerca.

In fondo, come utilizzi il motore di ricerca – Google in questo caso? Gli poni delle domande: quanto è alto David Beckham, cos’è il CNEL, e ancora, chi è Kaiser Soze.

La metafora del bibliotecario

Prova a immaginare Google come il bibliotecario super tecnologico di una gigantesca libreria. Ogni pagina di un sito web è un volume e, ogni giorno, questo numero cresce in maniera esponenziale. Per fare in modo che questa enorme mole di documenti sia accessibile, in maniera semplice e immediata, è necessario che ogni volume (che poi sarebbero le pagine web), sia etichettata: abbia un titolo e una descrizione. Viceversa, il nostro caro bibliotecario come potrebbe trovare il volume adatto alle tue necessità?

Ecco. La SEO serve proprio a questo: a etichettare i volumi della libreria, che prende il nome di Internet.

La domanda, ora, è un’altra. Ovvero, come fa Google a restituirti quei dieci risultati che vedi nella prima pagina di ricerca, tra N mila risultati possibili? Ti invito a provare una ricerca seduta stante, e scrivere nei commenti il numero di risultati complessivi trovati da Google.

Una cosa del genere, insomma:

serp seo per principianti

Gli uomini scelgono attraverso le euristiche. I computer, invece, sono “limitati” da algoritmi. Puoi capire, quindi, quanto sia importante comprendere come ragiona il motore di ricerca – Google in questo caso.

Devi interrogarti e capire quali sono i fattori che possono premiarti. Solo in questo modo puoi permettere a Google di assimilare al 100% i tuoi contenuti, in modo da restituirli a chi cerca informazioni (sul tuo prodotto o servizio).

Cosa vuole Google da te?

google

Lalgoritmo di ricerca di Google è un segreto in continua fase transitoria. In due parole: cambia sempre. Sì, anche in questo momento. Comprendere, quindi, quali siano i parametri che possono premiare o meno i tuoi contenuti sul web può essere arduo. Certo, hai a disposizione Google stesso. Puoi osservare la concorrenza e capire quali sono i parametri che il colosso di Mountain View considera più rilevanti e meritevoli delle prime posizioni.

In generale, i motori di ricerca – Google in primis – mirano a restituire risultati quanto più pertinenti con lintenzione di ricerca dellutente. E puntano, anche, a rendere l’esperienza di ricerca fluida e soddisfacente.

Per queste ragioni, devi porre particolare attenzione a questi quattro parametri

  1. Contenuto. Le informazioni sul tuo sito web (articoli di blog, pagine di servizio, ecc.) sono rilevanti per le chiavi di ricerca? Lo stesso vale per le descrizioni e gli alt tag delle tue immagini?
  2. Perfomance. Il tuo sito web carica velocemente? Le tue immagini sono ottimizzate?
  3. Autorevolezza. Il tuo sito web (o blog) è considerato autorevole e, pertanto, citato da altri siti autorevoli?
  4. User Experience. Il tuo sito web è facile da navigare? Ci sono link che non funzionano correttamente? Per quanto tempo un utente resta a leggere i tuoi contenuti?

Queste sono domande a cui devi dare una risposta. E devi farlo in fretta. Anche perché ogni domanda corrisponde a un fattore che, guarda caso, combacia (e si combina) perfettamente con quello che Google – e gli altri motori di ricerca – (ri)cercano in un sito Internet.

In sostanza, ognuno di questi fattori contribuisce ad aumentare le probabilità che il tuo contenuto raggiunga un buon posizionamento allinterno delle pagine di ricerca di Google. Questo perché ogni sito web ha un valore numerico attribuito da Google che ne stabilisce l’autorevolezza. Questo valore si chiama page rank. Più è alto, maggiori sono le possibilità di vedere al primo posto un proprio contenuto.

Cosa non è la SEO

ladro al computer

Ottenere un alto page rank è il sogno di molti SEO. Spesso, però, si cerca di circuire il sistema. Di ingannarlo. Di accumulare dettagli, piccole sfumature che agli occhi di Google possono sembrare – seppur momentaneamente – contenuti da premiare. Il risultato può essere raggiunto, è vero. Sarei ipocrita ad ammettere il contrario. Eppure, arriva sempre la resa dei conti. E in questo caso il giudice, il carnefice e il boia hanno la stessa faccia. E ha la forma di un’imponente G.

Esatto, è solo questione di tempo. D’altronde, l’algoritmo di ricerca di Google è molto complesso. Ingannarlo è possibile, ma solo per un breve periodo. Insomma, se pensi che esistano dei trucchi a buon mercato per guadagnare le grazie di Google, la SEO non fa per te.

Alcune pratiche da cui stare alla larga, se vuoi che Google ti sia vicino

  • Comprare link. Essere linkato da siti autorevoli ha un forte impatto sul ranking del tuo sito web. Ma non puoi comprare questo genere di rispetto. Stai lontano da chi ti offre decine di link, previo pagamento, per aumentare la tua visibilità online. Con molta probabilità, infatti, chi offre questo genere di servizi ha intenzione di venderti link che non hanno nulla a che fare con la tua nicchia. E questo non è visto di buon occhio da Google.
  • Keyword stuffing. Usare una chiave di ricerca naturalmente all’interno di un testo è il modo migliore per posizionare un contenuto su Google. Il segreto è di farlo con naturalezza, senza ripetere in modo ossessivo la keyword che intendi intercettare con il tuo contenuto. Io, solitamente, quando ho finito di scrivere leggo ad alta voce il post. Oltre scovare eventuali refusi, è molto utile per individuare inutili (e penalizzanti) ripetizioni.
  • Pessima user experience. Il segreto per comprendere se il proprio sito web è navigabile e aiuta la consultazione dei contenuti, basta trasformarsi in un utente. Può risultare difficile assumere un occhio critico, me ne rendo conto. Eppure, è un approccio positivo che alla lunga premia. Domandati se hai annunci pubblicitari che invadono lo schermo. Se è difficile trovare le informazioni e accedere a ogni pagina del tuo sito/blog. Infine, controlla la frequenza di rimbalzo. Se più dell’80% delle persone che cliccano sul tuo sito, lo abbandonano entro 5 secondi, c’è qualcosa di sbagliato che deve essere rettificato.

La SEO è la ricetta per creare contenuti efficaci

Esatto. Pensa alla SEO come la ricetta ideale per preparare contenuti appetibili per gli utenti e per Google. Proprio come una ricetta ti suggerisce gli ingredienti da aggiungere e le tecniche da utilizzare per preparare al meglio la tua “pietanza” (meglio noto come contenuto web). Quanto più si segue la ricetta, migliori saranno i risultati.

La preparazione, invece, spetta a te. E in questo caso, aggiornarsi, studiare e sperimentare sono le tre parole dordine per aprire le porte del web e comprendere le sue regole. Sì, non si tratta di cercare segreti o applicare trucchi trovati in rete. Per avere successo nel lungo periodo bisogna giocare secondo le regole.

Riflessioni sullo stato del content marketing nel 2016

Riflessioni sullo stato del content marketing nel 2016

Oggi voglio parlarti del nuovo report di Hubspot  e Smart Insight, sul Content Marketing in Europa nel 2016.
Ogni anno, HubSpot e Smart Insights lavorano insieme alle aziende europee per stabilire lo stato del content marketing in Europa. Questo lavoro è utile a chi si occupa di marketing per comprendere quali siano i trend del settore, e identificare eventuali aree di miglioramento.

Content Shock: ne hai mai sentito parlare?

content shock

Se sei un addetto ai lavori, sei abbastanza consapevole del ruolo che hanno i contenuti nella tua strategia di marketing. La tendenza, già in atto da qualche anno, vede l’intero settore molto impegnato nella produzione di contenuti per il web. Con il relativo aumento della concorrenza.

In sostanza, fai molta più difficoltà a distinguerti oggi, che non 2 anni fa. Nel 2014 il web era uno spazio relativamente poco affollato, e c’erano circa un terzo dei blogger attuali, per non parlare di produttori di podcast, videomaker, pinner Pinterest, Instagrammer e fotografi. Diversamente, oggi, dobbiamo fare i conti con l’iper-produzione di contenuti online.

I contenuti disponibili raddoppiano in un periodo che va da 9 a 24 mesi, mentre la tua capacità di consumarli ha un limite. Anche se consumi contenuti continuamente, grazie all’uso costante dello smartphone, il tuo tempo ha un limite.

Questa situazione, se la analizzi da un punto di vista economico, come rapporto tra domanda e offerta, produce un fenomeno chiamato “Content Shock“: una situazione in cui l’offerta di contenuti sta esplodendo in maniera esponenziale, mentre la domanda è sempre la stessa, fa sì che le aziende debbano pagare perché i propri contenuti raggiungano i propri lettori. Pagare. Hai capito bene.

Contenuti alla ricerca della visibilità perduta

visibilità online a pagamento

Per essere visibile in SERP occorre pagare: un seo-copywriter che, ad esempio, sia in grado di dare visibilità e valore aggiunto ai tuoi contenuti, scrivendo in maniera SEO friendly. Ma potrebbe non essere sufficiente.

Nella creazione di contenuti utili per i tuoi utenti, preoccupati anche del modo in cui questi sono catalogati all’interno del tuo sito, di quale sia la strategia di marketing adottata. Produrre articoli “a mitraglia”, potrebbe non essere sufficiente per mantenere il numero di lettori che hai sul blog, ma è innegabile che avere una buona frequenza di pubblicazione, aiuti.

Pensa a quei settori come il turismo: non è per nulla semplice avere visibilità su argomenti ad alta concorrenza, sui quali i tuoi concorrenti sono presenti e radicati. Occorre una buona strategia, tanto studio e un po’ di perseveranza.

Oppure, puoi sempre investire budget in inserzioni sponsorizzate. Per avere visibilità sui motori di ricerca, sceglierai AdWords, oppure i network pubblicitari alternativi come Criteo, Rubiconproject, Coud.IQ, Ebay Enterprise e tutti quei canali nati grazie al Real Time Bidding.

Moltissimi di questi network sono costosi (per avere successo si parla di una spesa mensile di migliaia di euro, che non tutti possono permettersi), e tutti, o quasi, sono caratterizzati dal sistema del remarketing, ovvero, tracciano gli utenti già passati dal tuo sito, a cui ripropongono i contenuti della tua campagna. A pagamento. Se hai poche visite sul sito, l’efficacia della campagna, te lo dico, sarà bassa.

Su Facebook, invece, potrai fare affidamento su AdRoll, Facebook exchange o Perfect Audience. Ma, anche qui, nulla è scontato. Anzi. Per esperienza, posso dire che, non solo la portata organica di un post su Facebook è diminuita drasticamente nell’arco dell’ultimo anno, ma anche la visibilità a pagamento si è ridotta drasticamente.

Moltissime aziende, allettate dal costo potenzialmente basso delle inserzioni, e dalla semplicità di utilizzo, hanno, letteralmente, invaso il network. Il risultato è che, se vuoi una reale visibilità, devi pagare di più, in alcuni casi molto di più, rispetto allo scorso anno. Un utente medio può vedere nel proprio newsfeed, oltre 1500 post. Troppo! Ridurre il numero dei post per aumentare la visibilità di ciò che davvero interessa all’utente sarà la vera sfida di Zuckerberg? Se puoi smentirmi, ti prego, fallo!

In tutti questi casi, otterrai un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza, che sarà legato esclusivamente alla campagna a pagamento. E tu non puoi pagare a vita. Non è vero?

Content marketing e content shock: cosa fare?

Panico da iperproduzione di contenuti online

Secondo Nielsen, la quantità dei contenuti che consumiamo ogni giorno è cresciuta da 2 ore al giorno nel 1920, a quasi 11 ore, al giorno d’oggi. Ma non è tutto. Si prevede che la quantità d’informazioni sul web crescerà con un tasso del 500% nei prossimi cinque anni. Per capirci: internet tra soli 5 anni sarà circa 5 volte più grande rispetto ad oggi. Impressionante, no?

Ecco, se l’equazione domanda-offerta sarà così sbilanciata da qui a breve, come accade in qualunque sistema economico, cosa ti aspetta?

  1. Diminuirà il valore dell’offerta, che sarà inflazionata;
  2. dovrai aumentare la qualità della tua offerta di contenuti, investendo, tempo o denaro, a seconda che tu sia un addetto ai lavori o un’azienda;
  3. dovrai pagare perché i tuoi contenuti siano visti dai tuoi lettori.

Di contro, il rischio è perdersi nel mare magnum del web. Il fenomeno del content shock, sia chiaro, impatta in maniera assolutamente diversa i singoli settori merceologici, le imprese e le varie nicchie di mercato.

Aumenta la qualità dei contenuti

Content Shock? Studia

Ciò che puoi fare, a prescindere dal tipo di azienda per cui lavori, e dal settore di riferimento, è migliorare la tua strategia, investire in formazione, affinare le tecniche che utilizzi nella creazione di un piano editoriale o nello studio del mercato e delle tue buyer personas. Cerca di ottimizzare ogni step avendo sempre presente i vari stati del buyer’s journey, e cercando di organizzare i tuoi contenuti sulla base delle caratteristiche dei tuoi prospect.

Contemporaneamente, devi curare il tuo network, attivando collaborazioni e partnership, in grado di renderti popolare nella tua nicchia di mercato, dovrai essere in grado di valutare i risultati delle tue attività di marketing. Misura il ROI e investi su quelle forme di divulgazione a pagamento, di cui non possiamo più fare a meno, in maniera oculata. Fai attenzione a non spendere più di quanto effettivamente ottieni. Questo non è sempre semplice, me ne rendo conto.

Questo modus operandi potrebbe fare la differenza. Magari non oggi, ma certamente domani.

Qual è lo stato del content marketing, oggi, in Europa?

report content marketing 2016 HubSpot

Per dimostrarti quanto hai appena letto voglio proporti un’infografica che riassume lo studio, molto interessante, condotto da Hubspot e Smart Insight, sullo stato del content marketing in Europa. È da qui che ho tratto ispirazione per scrivere questo articolo.

Vuoi leggere il report nella sua versione originale? -> ecco il link per il download

Come potrai vedere, blog post ed email marketing sono le forme più efficaci di promozione per un’azienda, oltre che le più usate (ed economiche aggiungerei), seguite da infografiche e long form, video, webinar, forum, quiz, games e strumenti interattivi (tra cui le App).

Sono tutti contenuti, questi, che hanno costi di produzione. In termini di tempo e denaro. E non tutte le aziende investono in ugual misura in ciascuna delle suddette tecniche di produzione di contenuti. È più semplice scrivere un buon articolo, che produrre un video davvero buono. Ma, ciò potrebbe non essere valido il prossimo anno. I cambiamenti tecnologici hanno implicazioni non trascurabili. Questo, immagino che tu già lo sappia.

[infogram id=”JiNWkuoEGrI4wRc8″ prefix=”qnG” format=”interactive” title=”Lo stato attuale del content marketing in Europa”]

Con questo articolo vorrei ribadire, ancora una volta, che l’unica arma che hai per mantenere l’efficacia del tuo lavoro è studiare. Ritaglia del tempo per te, e per il tuo cervello. Farlo è importante, e non implica necessariamente una seduta relax al centro benessere, e nemmeno 40 minuti al giorno di fronte alla tua serie tv preferita. Per quanto queste attività abbiano un’importanza non trascurabile, per crescere professionalmente, aggiornati e comprendi il mercato in cui lavori.

Produci contenuti utili, seguendo una buona strategia

produci contenuti seguendo una buona strategia

Evita di farti sopraffare dall’ansia da prestazione. Studiare ti farà sentire più sicuro di te, senza doverlo necessariamente ostentare, eh! Se hai dei suggerimenti, sappi che non vedo l’ora di leggerli nei commenti. 🙂

Se non hai il tempo, tuttavia, perché non sei un marketer, ed evidentemente svolgi una professione diversa, che contribuisce già a rosicchiare buona parte delle 24 ore disponibili in un giorno, puoi sempre affidare il tuo budget ad un professionista serio.

In questo, MADD può esserti d’aiuto, sia operativamente, che per formare il tuo reparto marketing (quelle persone addette alla promozione aziendale). Rendi la tua azienda consapevole dei risultati rispetto agli investimenti fatti, e degli obiettivi ancora da raggiungere.

Ciò che otterrai sarà una crescita dell’impresa, culturale e poi anche economica. Nuovi obiettivi e strategie potrebbero essere esattamente ciò di cui hai bisogno per far volare il tuo business. Vuoi sapere se è così?

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Scrivere per il web è come fare un pitch

Scrivere per il web è come fare un pitch

Ok, lo scenario è il seguente: hai aperto da qualche mese il tuo primo blog, lavori ogni giorno su te stesso, sulla tua formazione. Leggi, studi, ti aggiorni e scrivi. Ma il traffico sul tuo blog, nonostante i tuoi sforzi, non aumenta. Il tracciato è piatto. Assente.

tracciato piatto

Questo, amico mio, capita a tutti. Professionisti e non. Sai perché? Alcuni dimenticano una cosa fondamentale nella scrittura per il web: la semplicità. Tutto questo cosa c’entra con il titolo del mio articolo? Te lo spiego subito.

Un pitch deve catturare l’attenzione. Deve spiegare, in pochi minuti, la finalità di un progetto, di un’idea. Un articolo per un blog non è poi così diverso.

Ma cos’è un pitch?

Prima di entrare nel vivo del topic, occorre fare una piccola premessa: definire un pitch. L’ho chiesto a Luca De Berardinis, un amico e un mentore. Questa è la sua risposta:

Il modo più veloce che hai di convincere qualcuno a credere e a investire nella tua idea.

Racconta una storia, non scriverla: il potere dell’empatia

storytelling

I giornalisti, per deformazione professionale, sono abituati a eliminare ogni traccia di loro stessi dal contenuto prodotto, a essere imparziali, quasi robotici. Ma io non sono un robot. Io sono un blogger. Quando leggi i miei post, tu senti la mia voce. Tu puoi entrare nella mia vita e nella mia testa dalla porta principale: il mio blog. Io sono uno storyteller, e le storie che condivido mi appartengono.

Per questo motivo, riesco a creare connessioni con la mia audience, che molti altri tipi di scrittura non riescono a fare, e questo è fantastico – non solo per me, ma anche e soprattutto per i miei lettori.

Scrivi in prima persona

scrivere in prima persona

Quando permetti a te stesso di rivolgerti al lettore in maniera diretta, parlando della tua vita e delle tue esperienze, quell’empatia e connessione emotiva si fa più profonda.

Semplicemente leggendo questo articolo, riesci a percepire la differenza con il tuo quotidiano di fiducia? È come se tu ed io fossimo seduti in un bar, sorseggiando caffè e conversando come vecchi amici.

Lo stesso devi fare tu con il tuo blog. Scrivere in prima persona usando “io” e “noi”, avvicina il lettore. Le persone che leggono il tuo blog vogliono conoscerti, e scrivere in prima persona è il modo più veloce per lasciarli entrare nel tuo mondo.

Non usare un linguaggio forbito

catturare attenzione

Lo so, una vena di jazz scorre in ognuno di noi. E la tentazione di improvvisare, usando un linguaggio forbito, è grande. Peccato che sia un errore quando scrivi per il web.

Quando fai blogging, non devi impressionare nessuno. Devi semplicemente seguire un percorso, condurre il lettore dritto al punto. Il tuo post è un tutorial? Benissimo, risolvi il problema, elenca i passi da seguire senza dilungarti troppo e soprattutto senza utilizzare parole troppo complesse. Chi legge su internet, cerca sincerità e chiarezza.

PS → Una comunicazione efficace prevede un linguaggio semplice.

Less is more

Alcuni blogger non sanno quando fermarsi, altri, invece, ti lasciano sospeso a metà tra un’introduzione, dove la keyword è spammata a caso, e un paio di paragrafi concettualmente vuoti. Tu, se vuoi diventare un blogger professionista, non commettere questi errori. Come detto nel paragrafo precedente, cerca di colpire il centro del bersaglio.

Usa periodi brevi e comprensibili

l'era di internet

Internet è la nostra epoca. Ed è un epoca dove l’attenzione, che riponiamo agli argomenti più disparati, è sempre minore. Non c’è spazio per frasi e paragrafi infiniti. Nessuno ha il tempo, e la voglia, di leggere wall of text. Occorre trovare il bandolo della matassa e conquistare l’attenzione del lettore, prima che clicchi sul “torna indietro” del browser.

PS → Per individuare periodi troppo lunghi, prova a rileggere il tuo post a voce alta e, se hai tempo a disposizione, anche a distanza di un giorno, con mente e occhi freschi.

Extra tip e conclusioni

Un ottimo modo per vivacizzare i tuoi post è menzionare professionisti e influencer del tuo stesso settore. Così facendo, aumenterai le interazioni e porterai maggiore traffico al tuo blog.

Scrivere per il web è come realizzare un pitch. Hai poco tempo per catturare l’attenzione. Le persone cercano soluzioni ai loro problemi, magari con un pizzico di intrattenimento. Se i tuoi contenuti non risolvono alcun problema o non creano interesse, il tuo blog non andrà da nessuna parte.

Qual è la tua opinione in merito? Secondo te la similitudine fra blogging e pitching regge? Ti aspetto nei commenti.